Fukushima e l’Italia

Il rischio e l'azzardo: per sottrarsi al pregiudizio del bipolarismo energetico

Intervento a firma del Prof. Angelo Spena, docente di Ingegneria per l'Ambiente e il Territorio, Università degli Studi di Roma "Tor Vergata".

FUKUSHIMA E L’ITALIA

Il rischio e l’azzardo: per sottrarsi al pregiudizio del bipolarismo energetico.

La questione nucleare torna di attualità in modo drammatico. Purtroppo risveglia istinti inclini alla dialettica politica piuttosto che alla ricerca del bene comune. Spinge taluni ad anteporre apodittiche affermazioni alla conoscenza e al monitoraggio di eventi la cui drammaticità imporrebbe invece rispetto per le vittime, per la nostra intelligenza, per il nostro futuro. Gestire l’energia comporta un ventaglio di opzioni che vanno dalla concentrazione di grande potenza e quindi dalla evocazione di un grande rischio puntuale, alla opposta diffusione di piccole potenze e quindi alla moltiplicazione di centri di pericolo e di impatto ambientale. In Italia, dove curiosamente l’unico bipolarismo riuscito è quello energetico, si è ricominciato a giocare una partita afflitta dal pregiudizio ideologico - e perciò impropria - tra nucleare e rinnovabili, cioè tra i soli due casi estremi.

E’ un problema, semplicemente, mal posto. Oltretutto, porta a confondere le pere con le mele. Come si fa a mettere sullo stesso piano due opzioni che offrono contributi di estensione e intensità non confrontabili, e comunque entrambe non esaustive?

Ogni attività umana comporta una percentuale di rischio. Finché la mente rimane lucida, del rischio riesce a fornire una quantificazione matematica, di tipo assicurativo, che consente di effettuare confronti e prendere decisioni. Moltiplicare la probabilità di accadimento per l’intensità del danno fa sì che un danno stimato dieci volte più grande possa essere ritenuto ugualmente accettabile se è prevedibile con frequenza dieci volte più piccola di un altro. Ma quando l’emotività attanaglia, montano barriere psicologiche che rifiutano intensità di danno superiori a una certa soglia: inaccettabile, si dice. Mai più. Anche quando le probabilità sono comparativamente meno che inversamente proporzionali.

E’ vero, non tutte le collettività reagiscono nello stesso modo. Pur traumatizzati, gli sventurati protagonisti giapponesi hanno finora avuto più sangue freddo degli spettatori europei.

Tuttavia, quando ciò accade prendere decisioni diventa arduo. Lo dimostrano gli inopinati sbandamenti della Germania in queste ore.

Detto per inciso, poiché non è questa la sede e ogni giudizio è prematuro, sulle cause dell’imminente collasso di Fukushima forse pesa una carenza di sistema sulla qualità e soprattutto sul coordinamento delle progettazioni (risalenti verosimilmente a fine anni ’60), se risultasse confermato che ad una resistenza piena al terremoto abbia fatto riscontro una così devastante inadeguatezza del servizio refrigerazione ad acqua di mare in zona a rischio tsunami. Come se la mano destra non avesse lavorato sulle stesse specifiche di rischio della mano sinistra.

Alla risposta emotiva, intensa ed effimera per sua intrinseca natura, concorre grandemente la percezione visiva e la simultaneità del coinvolgimento. Oggi sul web queste due cause sono amplificate al massimo. In assenza di immagini immediate la risposta non è collettiva e si stempera, la public acceptance diviene via via più indulgente. La distruzione di Cartagine non è percepita come quella di Hiroshima, o i massacri delle guerre napoleoniche come quelli delle battaglie del XX secolo. La storia insegna che la reazione emozionale può deviare il cammino dell’uomo in modo imprevedibile. Valga per tutti l’esempio dell’incidente del dirigibile Hindenburg, il cui tragico velocissimo rogo venne filmato e fece il giro del mondo. Una frontiera tecnologica fu spazzata via dalla storia in venti secondi. Non così era accaduto per il Titanic, in mancanza di altrettanta potenza descrittiva e simultanea di informazione, nonostante il maggior numero di vittime.

E’ questo il fardello che pesa sull’uso dell’energia nucleare quando è sottoposto al giudizio della cronaca. La sua condanna è quella di avere sempre un tribunale speciale. Quello che per i tecnici è

una sfida, dall’uomo comune è più frequentemente percepito come un azzardo. Gli uni condizionati dall’orgoglio, gli altri dal panico. E quando questo aggravio si congiunge con la non linearità e con la non sommabilità delle nostre reazioni psicologiche, per la quale ad esempio un ugual numero di vittime diffuse per fumo di sigaretta o per incidenti stradali o per inquinamento conclamato non suscita uguale rifiuto di un equivalente unico catastrofico evento, non è facile uscirne.

E’ più forte di molti di noi. Di coloro dai quali, increduli che per scaldare l’acqua a cinquecento gradi, prima di ricorrere a forze della natura così insidiose e dimensionalmente così lontane dalla misura d’uomo, non si possano tentare tutte le altre opzioni, sarà sempre più difficile ottenere consenso sulla irrinunciabilità di una frontiera della conoscenza se non di un contributo alla fame mondiale di energia.

Ma la politica deve prendere una decisione strategica. E per il bene del Paese non può più lasciarsi fuorviare dal bipolarismo ideologico. Deve riconsiderare le opzioni intermedie. Come l’efficienza energetica. La quale però ha un tallone d’Achille: fa risparmiare. E questo, in un sistema economico globale per il quale una diminuzione del PIL superiore al 3% è recessione, vuol dire che il risparmio è una malattia. Ci vorrà molta intelligenza e fantasia (tecnica, però, non finanziaria) per trovare reimpieghi di quel risparmio che migliorino la qualità della nostra vita. Questa è una sfida. Non è un’azzardo, è un’opportunità. Raccogliamola.

Tra le altre opzioni intermedie, sui media e tra addetti ai lavori forse un po’ distratti, sinceramente stupisce non trovare annoverata quella del carbone, combustibile fossile maggiormente usato nel mondo per produrre energia elettrica (anche prima che la Cina progredisse tanto) ma Carneade in Italia, sempre convitato di pietra alla discussione energetica fin dal tramonto del piano nazionale di fine anni ’70 del ministro Donat Cattin che prevedeva (chi lo ricorda più?) nucleare e carbone fifty-fifty.

E’ diffusamente distribuito e approvvigionabile nel mondo ed è talmente più abbondante sia del gas che del petrolio che, magari incoraggiando e richiamando i nostri giovani cervelli, investire in R&S sull’intera filiera del carbone pulito potrebbe in un decennio offrire all’Italia la chance di scambiare con l’estero tecnologie (che saranno comunque sempre più richieste) contro materia prima. Forse perfino alla pari.

Oggi sarà brutto, sporco e nero (e di fatto già lo è molto meno che nel recente passato), ma anche quella di un carbone pulito per il nostro futuro sarebbe certo una sfida, ma mai un azzardo.

Che possa essere il carbone il nostro nucleare socialmente accettabile?

 

Angelo Spena, 23 marzo 2011